Quando si dice antipodi, opposti, inversioni di tendenza: ecco questa è la sensazione che si prova assistendo alla sfilata di Gucci, a cominciare dal set che si trasferisce dal salotto di casa, sobrio, ovattato e perfetto, ai sotterranei della metropolitana, optical, rumorosi, e decisamente imperfetti.
Tutto è cambiato nel passaggio da Frida Giannini ad Alessandro Michele, lo si avverte ovunque, perfino nell’aria, ma soprattutto nello stile della collezione: si abbandona il lusso ordinato e rigoroso, per ritrovarsi immersi in una ‘contemporaneità inattuale’, no non è un errore di digitazione, è proprio così.
Il look infatti è volutamente ‘sbadato’, del tipo ‘mi sono svegliato così, e così sono uscito di casa’, o almeno questa è l’impressione che si vuole dare anche quando si indossano materiali ‘impegnativi’ come il pizzo trasparente, come se non ci si facesse caso, come se non fosse importante, e c’è una chiara contaminazione col passato, che lo porta quindi ad essere un po’ sbagliato, ma la noncuranza è tale (e voluta ovviamente) che l’insieme che ne esce alla fine è -proprio per questo- giusto e contemporaneo.
La contemporaneità sta proprio nel non coincidere con il proprio tempo, nell’essere intempestivi, secondo lo stilista, che sposta il senso della sua collezione su un livello concettuale, confermando che per lui la moda oggi è fatta di reliquie da conservare con cura maniacale.
I materiali, le forme, e le fantasie si adeguano a questa concezione: pelle stropicciata e plissettata per gonne longuette e pantaloni maschili, gonne in plissé di tulle laccato o in lamé, gilet con motivi jacquard, pieghe da stiratura sbagliata ovunque, abiti a fiori che sembrano usciti da un vecchio cassetto dopo anni, tanti tocchi vintage, dettagli da trend passati, visti e rivisti, il tutto ha l’aria un po’ dimessa, un po’ (volutamente) ‘trascurata’.
Le scarpe diventano mocassini a pantofola con pelo a vista, tornando al concetto dell’abbigliamento da casa che esce per strada (sempre con noncuranza).
Ma c’è anche un altro significato in questo non curarsi del giudizio altrui, ben più profondo e ben più attuale, quasi un mantra da seguire, e cioè quello di creare la propria moda da sé, attingendo dall’armadio della nonna, e trovando e sfoggiando dei pezzi unici, diversi, vintage, vecchi ma moderni perché riutilizzati oggi, dotati di nuova vita.
Questo concetto è portato fino all’eccesso del non voler più essere nemmeno riconoscibili ed appartenenti a canoni e status symbol, nella maison per prima che rifiuta il total look e la griffe, e poi nelle persone, nemmeno quando si parla di canoni sessuali: la donna in tailleur maschile è androgina, e si abbina bene con l’uomo visto sulle passerelle a Gennaio, che indossava bluse con volants e ruches.
La moda quindi non si deve soffermare più nemmeno sui generi, ci sono anche ragazzi in passerella ma li si distingue a stento dalle ragazze, perchè indossano tailleur a fiori segnati dalle pieghe, o golf ricamati di fiori e uccelli, colori mischiati come il rosso geranio e ciliegia, borse in tela logata e dipinta.